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domenica 22 dicembre 2013

Molti hanno votato M5S a febbraio perché rivestissero un ruolo nobilissimo

Molti hanno votato M5S a febbraio perché rivestissero un ruolo nobilissimo, che purtroppo i vent'anni di Violante e derivati hanno fatto dimenticare (permettendo a Berlusconi di spadroneggiare serenamente): il ruolo del "rompipalle democratico". Uso volutamente questa espressione appena colorita per disturbare l'ipocrisia della Boldrini, che col suo parlato cantilenante si inalbera per le parolacce non contemplate dal protocollo ma si indigna assai meno di fronte a eventi appena più gravi.
Chi è il "rompipalle democratico"? Colui che fa opposizione e non concede sconti. Colui che si sbatte e non fa assenze perché le regole vengano rispettate. È un ruolo tanto nobile quanto rischioso: si rischia di divenire bastiancontrari a prescindere. Lo so. Si rischia il duropurismo spuntato, post-pannelliano e pseudo-massimalista. Ma è un ruolo sacro in una democrazia.
I 5 Stelle hanno sbagliato non poche volte. E altre volte sbaglieranno. Chi lo nega, difendendolo a prescindere, gioca a uccidere una forza che crede di amare, e verso cui invece "tifa" come fosse una squadra di calcio (una delle tante perversioni della politica italiana: preferire il tifo al pensiero). Qui nulla gli verrà scontato, con buona pace delle scomuniche saltuarie e debolucce dal blog. Vi chiedo, però: i casi Alfano e Cancellieri avrebbero avuto analoga rilevanza senza M5S? L'articolo 138 della Costituzione sarebbe stato salvato senza il loro "ostruzionismo" insistito, che tanto ha piccato la preside Boldrini? Di F35 e slot machine si sarebbe parlato così tanto? Napolitano sarebbe stato (finalmente) un po' meno intoccabile? La decadenza di Berlusconi sarebbe stata così netta e con voto palese? Il lobbista Tivelli sarebbe stato smascherato? Eccetera.
Il M5S doveva essere anzitutto questo: il granello di sabbia che inceppa l'ingranaggio oliato della casta e del malaffare. Non può riuscirci del tutto, ma ci sta provando. Su questo dovremmo essere tutti d'accordo, se esistesse l'onestà intellettuale. Ed è una cosa che fa bene alla politica, a tutta la politica, perché costringe gli altri a operare per essere migliori (o anche solo a essere un po' meno carogne). Se poi una tale "foga democratica" potrà risolversi anche in una concreta attività di governo, non so dirvi. Non ne sono interamente convinto, in tutta onestà, e lo sapete. Vedremo in futuro. Ma dopo 20 anni senza opposizione, o peggio ancora con una opposizione che in realtà fiancheggiava oscenamente Berlusconi, l'attività di questi "rompipalle democratici" mi pare tutt'altro che irrilevante.
Andrea Scanzi

La finta abolizione delle province moltiplica le poltrone


"La maggioranza ieri alla Camera ha votato la legge sulle province. Non so se avranno il coraggio di propagandarla come "legge che sopprime le province", noi dal vomito siamo usciti dall'aula, al momento della votazione finale. È da segnalare che stasera il Pd, Alfaniani e Montiani non avrebbero avuto il numero legale per la votazione, se non fosse stato che SEL gli ha fatto da "stampella" restando seduti.
Il provvedimento è una follia per almeno 4 ragioni:
1) Non abolisce le province. Gli cambia nome e le fa diventare "Città Metropolitane". 
2) In quei territori dove ci sono comuni che si oppongono alla trasformazione in città metropolitana, coesisteranno (!!) le province e le città metropolitane. 
3) Nei territori dove ci sono già province o città metropolitane o entrambi, potranno formarsi anche i consorzi di comuni!
4) La Corte dei Conti ha già messo in guardia il Parlamento: "con questa legge e il conseguente moltiplicarsi di enti, i costi lieviteranno".
Questa è una legge per aumentare le poltrone agli amici degli amici. Una legge che invece di diminuire gli enti inutili, li moltiplica. A noi (se fossimo stati maggioranza) sarebbero bastate poche righe da approvare in molto meno tempo, ovvero tre mesi. Con un disegno di legge costituzionale che recitava: "All'art 114 della Costituzione si sopprime la parola Province". Poche chiacchiere. Quando volete siamo sempre pronti." Luigi Di Maio




L’austerità porterà al potere (nelle probabili elezioni politiche del 2015), i movimenti che si oppongono allo status quo. L’Italia vista dalla banca d’affari Merril Lynch è un Paese dove lo stallo e l’immobilismo politico hanno condizionato la vita degli ultimi anni e dove solo le nuove formazioni riusciranno a salvarsi. E’ il Movimento 5 Stelle, secondo gli analisti, il vero favorito dal ritorno al voto.
Gli analisti infatti, in un report dedicato alla situazione economica italiana e al neosegretario del Partito democratico Matteo Renzi, scrivono che “l’eccessiva virtuosità nei termini di un continuo forte impegno a mantenere il deficit sotto il 3% del Pil, senza tenere in considerazione quale sia la performance del Pil, combinata con l’asticella sempre più alta posta dalla Bce per misure addizionali di stimolo all’economia, favorirà i partiti che più apertamente si oppongono allo status quo, cioè il Movimento 5 Stelle e, in misura minore, Forza Italia e la Lega Nord“.
Una volta che il Movimento 5 Stelle riuscisse a superare la soglia del 30% alle elezioni, potrebbe presentarsi come un candidato credibile. “Potrebbe così conquistare un’indiscussa maggioranza alle prossime elezioni politiche”, continuano Tenconi e Boone. “Un governo guidato dal M5S – proseguono gli analisti – implicherebbe un cambiamento significativo nel modo in cui la comunicazione e le politiche economiche vengono implementate in Italia. Gli investitori esteri sono abituati a vedere frequenti cambiamenti di governo in Italia, ma anche a cambiamenti economici lenti, ad un’esecuzione abbastanza accurata delle politiche di bilancio e a una forte propensione pro-Ue”. Il M5S, continuano i due analisti, “è invece fortemente a favore di cambiamenti politici rapidi e coraggiosi. La ragione per cui questo partito secondo noi ha avuto finora un’influenza positiva sullo scenario politico è che produce idee nuove per affrontare tutti i tipi di problemi economici e sociali: insomma, tengono vivo il dibattito sociale. Il loro alto tasso di consenso costringe i partiti ‘incumbent’ (i vecchi partiti, ndr) e a focalizzarsi di più sul cambiamento”.

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